Airbnb
Il primo Osservatorio sul turismo diffuso in Italia
Airbnb e TEHA Group hanno presentato a Villa Gregoriana, a Tivoli, il primo Osservatorio sul turismo diffuso in Italia. Dall’analisi emerge un quadro caratterizzato da un patrimonio culturale esteso, situato prevalentemente nei piccoli comuni, ma storicamente limitato da una capacità ricettiva alberghiera ridotta.
In questo scenario, l’ospitalità in casa opera come un’infrastruttura di accesso in grado di ampliare l’offerta ricettiva dove gli hotel sono assenti, stimolando la spesa, l’occupazione e il reddito a livello locale, e inserendo nei flussi turistici territori che altrimenti ne rimarrebbero esclusi. I dati evidenziano che nel 2025 Airbnb ha generato un impatto economico complessivo di 836 milioni di euro nei piccoli comuni italiani. Lo studio offre una valutazione dettagliata di come l’home-sharing influenzi la geografia turistica nazionale, direzionando risorse economiche verso borghi, piccoli centri e siti culturali.
Nel corso dell’incontro, intitolato “Turismo diffuso: distribuire i flussi, moltiplicare il lavoro”, Airbnb ha inoltre annunciato una donazione di 1,5 milioni di euro in tre anni all’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI). Le risorse confluiranno in un fondo dedicato allo sviluppo turistico e alla valorizzazione del patrimonio rurale dei piccoli e medi comuni, con l’obiettivo di supportare le micro-imprese, le attività locali, le associazioni culturali e le organizzazioni di cittadinanza attiva nella strutturazione di un’offerta turistica sostenibile. L’iniziativa punta a favorire una distribuzione più equilibrata dei flussi turistici sul territorio nazionale.
I dati del rapporto TEHA-Airbnb
L’Italia ospita 61 siti iscritti al Patrimonio Mondiale UNESCO dislocati in 330 comuni, a cui si aggiungono 3.392 musei, 298 parchi archeologici, 395 ristoranti stellati Michelin e 380 borghi certificati per il loro valore culturale. Nonostante l’estensione di questo patrimonio, i flussi turistici rimangono concentrati: i primi 20 comuni italiani attraggono il 32% dei visitatori totali, mentre l’80% delle province si spartisce il 36% dei flussi. Il sistema è inoltre caratterizzato da una forte stagionalità, con un indice di picco superiore del 10% rispetto alla media europea.
I piccoli comuni con meno di 30.000 abitanti rappresentano il 96% degli oltre 7.900 municipi italiani. In questi centri si concentra una parte rilevante delle eccellenze del Paese: l’80% dei comuni legati a siti UNESCO, il 64% dei musei, il 67% dei parchi archeologici e il 73% dei ristoranti stellati.
Tuttavia, solo il 50% dei piccoli comuni dispone di almeno una struttura alberghiera, a fronte del 96% delle città di maggiori dimensioni. L’extralberghiero risulta quindi l’unica forma di ospitalità presente nel 75% dei piccoli comuni italiani (circa 5.700 località), e in un terzo di questi rappresenta l’unica soluzione di alloggio disponibile. In 688 comunità che ospitano attrattori d’eccellenza, la presenza di un annuncio su Airbnb costituisce l’unica opzione di pernottamento per i visitatori.
Nel 2025, Airbnb ha registrato circa 250.000 pernottamenti e oltre 60.000 arrivi in queste specifiche comunità, con 50.000 viaggiatori provenienti dall’estero. Gli ospiti internazionali costituiscono il 79% degli arrivi totali sulla piattaforma nei piccoli comuni, una quota superiore di 26 punti percentuali rispetto alla media nazionale dei flussi. Il rapporto evidenzia inoltre che il 21% dei Borghi più belli d’Italia, il 20% dei comuni UNESCO e il 19% delle località Bandiera Arancione sono accessibili per il pernottamento unicamente tramite le soluzioni offerte dalla piattaforma.
Ricadute economiche e occupazionali
Sotto il profilo economico, la spesa diretta degli ospiti Airbnb nei piccoli comuni ha raggiunto i 346 milioni di euro nel 2025, ripartiti tra ristorazione (143 milioni), shopping (100 milioni) e trasporti (61 miioni). Tramite gli effetti moltiplicatori sull’indotto, tale spesa ha attivato una produzione economica complessiva di 836 milioni di euro.
Sul fronte dell’occupazione, l’attività ha sostenuto circa 4.600 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno (FTE). L’analisi rileva un coefficiente per cui ogni posto di lavoro diretto ne attiva ulteriori 0,9 nell’indotto locale. Inoltre, in un contesto macroeconomico segnato da una flessione dei salari reali stimata intorno all’1%, l’attività di hosting ha rappresentato una forma di integrazione del reddito per le famiglie residenti nelle piccole comunità.
Il rapporto è disponibile qui.