Airlines UK
Lobby del turismo britannico dovrebbero bussare a Downing Street…
Le ripetute richieste di aiuto che ABTA e Airlines UK stanno indirizzando alla Commissione Europea e alle cancellerie dei Paesi Schengen per sventare il collasso degli aeroporti in estate rischiano di rivelarsi un esercizio di diplomazia sterile.
Chiedere a Bruxelles di applicare deroghe straordinarie, posticipare le scadenze o addirittura sospendere temporaneamente la raccolta dei dati biometrici nei momenti di massimo affollamento significa, nei fatti, pretendere che l’Unione Europea comprometta i propri standard di sicurezza interna per rimediare a una precisa scelta politica altrui (BREXIT). La paralisi burocratica che oggi minaccia i piani di viaggio di milioni di passeggeri britannici, non è un disservizio tecnico emendabile con un aggiornamento software o con un po’ di flessibilità aeroportuale; è la conseguenza diretta, legale e strutturale della Brexit.
Il passeggero inglese, europeo, ma allo stesso tempo “extracomunitario”
Finché il Regno Unito manterrà lo status di Paese terzo, i suoi cittadini rimarranno soggetti ai rigidi protocolli di frontiera previsti dall’Entry/Exit System (EES) per tutti i viaggiatori extracomunitari. Di conseguenza, il vero destinatario delle pressioni industriali di compagnie aeree, tour operator e agenzie di viaggio non dovrebbe essere il tavolo dei negoziati tecnici di Bruxelles, ma il numero 10 di Downing Street. È a Londra che risiede la chiave politica per risolvere una crisi logistica che i correttivi stagionali proposti dalle associazioni di categoria possono solo temporaneamente tamponare.
Per tutelare la stabilità economica del comparto e garantire la continuità dei flussi, le lobby del trasporto aereo britannico dovrebbero chiedere con forza al proprio governo l’apertura di un canale negoziale straordinario con l’Unione Europea, volto a superare l’attuale regime di frontiera dura. La strada maestra è l’adozione di un modello di associazione sul lungo periodo che ricalchi quanto già strutturato da Paesi storicamente esterni al blocco comunitario.
Il precedente della Svizzera e della Norvegia dimostra che l’integrazione nello spazio Schengen è l’unica via per cancellare i controlli sistematici sui passaporti e azzerare i tempi d’attesa ai varchi bioclimatici degli hub continentali. Berna e Oslo, pur conservando la propria indipendenza politica ed economica al di fuori dell’UE, partecipano pienamente all’accordo di Schengen, beneficiando della totale fluidità dei transiti.
Per l’industria del turismo del Regno Unito, spingere Downing Street verso un accordo di reciprocità basato sul modello elvetico, o avviare un dibattito formale per il progressivo rientro nel mercato unico, non è più una speculazione teorica ma una necessità industriale impellente. Solo riallineando il quadro normativo e doganale alla realtà dei flussi di traffico si potrà restituire stabilità al mercato dei viaggi, interrompendo una stagione di ricorsi e richieste di flessibilità che l’Europa ha poche ragioni politiche di concedere.
Fonte: comunicato ABTA, Airlines UK: https://www.abta.com/news/urgent-action-needed-resolve-ees-queues-ahead-summer-peak