"Guerra" USA/Israele-Iran
Perché il Regno Unito rischia di restare “a secco”…
Mentre i radar monitorano nervosamente le petroliere che circumnavigano l’Africa per evitare lo Stretto di Hormuz, una domanda sorge spontanea: come ha fatto il Regno Unito, la nazione che ha scatenato la Rivoluzione Industriale grazie al carbone e ha dominato i mari grazie al petrolio del Mare del Nord, a ridursi in una condizione di tale dipendenza energetica?
Se Michael O’Leary lancia l’allarme per le sue basi a Stansted e Manchester, non lo fa per pura accortezza commerciale. Lo fa perché il Regno Unito ha deliberatamente scelto una strada che oggi lo vede produrre appena il ??%* del cherosene necessario ai suoi voli.
*lo scoprirete leggendo l’articolo.
Il contesto storico: Dal Mare del Nord al disinvestimento
Per capire il presente, dobbiamo tornare agli anni ’70 e ’80. Con la scoperta dei giacimenti nel Mare del Nord, il Regno Unito divenne un esportatore netto di idrocarburi. Erano gli anni del boom di Margaret Thatcher, in cui l’energia domestica alimentava la rinascita economica.
Tuttavia, a differenza della Norvegia (che ha creato un fondo sovrano per reinvestire i proventi), Londra ha utilizzato le rendite petrolifere per finanziare la transizione verso un’economia basata sui servizi e sulla finanza. Dagli anni 2000, i giacimenti hanno iniziato il loro naturale declino. Estrarre nel Mare del Nord è diventato difficile e costoso. Invece di investire in nuove tecnologie estrattive, la politica britannica ha scelto di “lasciar correre“, avviando un lento ma inesorabile disinvestimento dal settore estrattivo.
La scelta politica: “Raffinare è un costo, non un valore“
Mentre nazioni come l’Italia o la Grecia hanno mantenuto e ammodernato le proprie raffinerie (trasformandole in hub strategici), il Regno Unito ha seguito una logica di puro mercato.
Tra il 2009 e il 2025, il Paese ha assistito alla chiusura o al ridimensionamento di siti storici come Coryton, Teesside e Milford Haven.
La motivazione politica era semplice: le raffinerie sono impianti vecchi, inquinanti e poco redditizi rispetto ai margini del settore finanziario della City. Il Regno Unito ha deciso che era più conveniente importare prodotto finito (Jet Fuel già raffinato) dalle mega-strutture del Qatar, dell’Arabia Saudita e dell’India, piuttosto che raffinare greggio in casa. È stata la vittoria della logica “Just-in-Time” sulla sicurezza nazionale.
L’ambizione Ambientale: La “Jet Zero Strategy”
Il colpo di grazia alla produzione interna di carburanti fossili è arrivato dalla spinta ambientale. Il Regno Unito si è posto l’obiettivo di essere la prima grande economia a raggiungere il Net Zero entro il 2050.
- Il Piano Jet Zero1: Lanciato negli anni scorsi, il piano impone scadenze serratissime per l’abbattimento delle emissioni nel settore avio.
- Il disincentivo al fossile: Tasse altissime (fino al 78% sugli extra-profitti energetici) e normative ambientali stringenti hanno reso antieconomico per aziende come BP o Shell mantenere attive le vecchie linee di produzione di cherosene.
- La scommessa sul SAF: Londra ha scommesso tutto sui Sustainable Aviation Fuels (SAF). L’idea era: “Chiudiamo il petrolio sporco e diventiamo leader mondiali nei carburanti bio”. Peccato che, in questo 2026, la produzione di SAF sia ancora una frazione infinitesimale del necessario, lasciando il Paese in un pericoloso “vuoto” energetico.
La Geografia della Vulnerabilità
Questa combinazione di fattori ha creato una dipendenza geografica letale. Poiché il Regno Unito non raffina più a sufficienza, dipende dalle navi cisterna che percorrono rotte lunghissime.
- L’Italia è un’isola felice perché è rimasta una “fabbrica di carburante“: raffina greggio proveniente da rotte brevi (Libia, Azerbaijan) e lo trasforma in Jet Fuel internamente, coprendo il 131% del proprio bisogno.
- Il Regno Unito riceve il carburante finito via mare. Se lo Stretto di Hormuz chiude, il Regno Unito non perde solo il greggio, perde la fornitura stessa del carburante pronto all’uso.
Il conto della Transizione
Il Regno Unito si trova oggi a gestire un paradosso: ha le leggi ambientali più avanzate d’Europa, ma rischia di vedere i propri aeroporti bloccati perché ha smantellato la propria sovranità industriale prima che le alternative fossero pronte.
Michael O’Leary sa che in caso di razionamento, il governo britannico darà la priorità ai voli militari e alla compagnia di bandiera, lasciando le low-cost a contendersi i rimasugli dei depositi. La crisi di Hormuz del 2026 non è solo un evento geopolitico: è l’esame di realtà per una nazione che ha pensato di poter volare verso il futuro dimenticando come si produce l’energia per farlo.
Fonti e Metodologia dei Dati: Le analisi sulla produzione e l’autonomia energetica fornite in questo articolo si basano sui dati ufficiali dei principali enti statistici internazionali. Per la produzione e il consumo di Jet Fuel (Kerosene-type) in Europa, la fonte primaria è Eurostat attraverso il database Energy Balances (nrg_bal_c), integrata con i report mensili della JODI (Joint Organisations Data Initiative) scaricabili dal portale jodidatabase.org. Per quanto riguarda la specifica situazione britannica, i dati sulla dipendenza dalle importazioni sono tratti dal DUKES (Digest of UK Energy Statistics), il rapporto annuale del Dipartimento per la Sicurezza Energetica del Regno Unito, che monitora il declino della capacità di raffinazione nazionale.